Carta stampata o e-reader: cosa ci dice il cervello

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Carta stampata o e-reader: cosa ci dice il cervello

In un video virale di YouTube dell’ottobre 2011 una bambina di un anno passa le dita sul touchscreen di un iPad, mescolando gruppi di icone. Nelle scene seguenti sembra pizzicare, strisciare e toccare le pagine delle riviste cartacee come se anch’esse fossero schermi. Quando non succede nulla, spinge contro la sua gamba, confermando che il suo dito funziona bene, o almeno così ci vorrebbe far credere un titolo. Il padre della bambina, Jean-Louis Constanza, titola il video “Una rivista è un iPad che non funziona” e osserva: “La tecnologia codifica le nostre menti, le riviste sono ormai inutili e impossibili da capire, per i nativi digitali”, ovvero per le persone che hanno interagito con le tecnologie digitali fin dalla tenera età.  

In realtà, ancora oggi anche i nativi digitali interagiscono sia con letture cartacee sia con la lettura su tablet o computer: e sono perfettamente in grado di comprendere entrambe. Sono semmai le generazioni precedenti a trovarsi in difficoltà quando si tratta di leggere su un supporto tecnologico. 

E tuttavia il video mette in risalto qualcosa che forse non ci chiediamo abbastanza spesso: come la tecnologia digitale cambia il modo in cui leggiamo. Esiste una differenza su ciò che il nostro cervello è in grado di apprendere a seconda del supporto? Pare proprio di sì. 

Sin dagli anni ’80 numerose ricerche hanno svelato che la lettura su supporto elettronico è più veloce ma meno completa e accurata: il dover scrollare il testo per procedere nella lettura, la mancanza di punti di riferimento, lo schermo stesso rende la lettura diversa da quella di un libro cartaceo. E anche molti che utilizzano supporti elettronici per leggere per pura comodità (un conto è portarsi in vacanza venti libri, altri portare un e-reader con centinaia di titoli), ammettono di preferire la lettura su carta. 

Non dobbiamo dimenticare che la lettura su carta ha una sua materialità: è ben diverso scrollare un testo su video o sfogliare delle pagine, sentire la consistenza della carta, aver ben chiare le due pagine del libro aperto che stiamo leggendo, quando ne abbiamo letto e uanto ancora ne resta da leggere. È più facile confrontare due diversi parti di testo ed è anche dimostrato che i quattro angoli del libro costruiscono una mappa topografica che il nostro cervello scannerizza, tanto che, spesso, quando ad esempio studiamo, ci ricordiamo della posizione sulla pagina di una precisa informazione. Questo insieme di caratteristiche renderebbe lo studio di nozioni su carta molto più efficace di quello su e-reader.  

Negli Stati Uniti, gli e-book rappresentano attualmente tra il 15 e il 20% di tutte le vendite di libri commerciali ma nonostante ciò svariate prove di laboratorio e sondaggi indicano che gli schermi moderni e gli e-reader non riescono a ricreare adeguatamente certe esperienze tattili di lettura su carta che a molte persone mancano e, cosa più importante, impediscono alle persone di navigare lunghi testi in modo intuitivo e soddisfacente. 

“C’è fisicità nella lettura”, afferma la psicologa dello sviluppo e scienziata cognitiva Maryanne Wolf della Tufts University, “forse anche più di quanto vorremmo pensare, mentre ci lanciamo nella lettura digitale, avanzando su questa strada con insufficiente conoscenza e riflessione. L’ideale sarebbe preservare il meglio della lettura classica, e sapere quando usare le nuove tecnologie.”  

Il testo come paesaggio 

Per comprendere la differenza fra lettura su carta e lettura su video è importante comprendere come il nostro cervello interpreta il linguaggio scritto infatti la lettura non è solo un’attività cerebrale astratta ma per il nostro cervello è una parte tangibile dello spazio fisico e le lettere sono oggetti fisici, non avendo alcun altro modo per comprenderle. Come scrive Marianne Wolf nel libro Proust and the Squid, dedicato alla dislessia nei bambini “Gli esseri umani non sono mai nati per leggere. La lettura è un’invenzione umana che riflette il modo in cui il cervello si riorganizza per imparare qualcosa di nuovo. Proust e il calamaio racconta lo straordinario viaggio del cervello che legge non solo negli ultimi cinquemila anni, dall’inizio della scrittura, ma anche nel corso della vita di un singolo bambino, mostrando nel processo perché i bambini con dislessia hanno difficoltà di lettura e doti singolari”.  

Se pensiamo alla nascita della scrittura, ci rendiamo conto che è la trasformazione, la sintetizzazione, potremmo dire, del disegno di un oggetto che, nel corso dei millenni, si separa sempre più dall’oggetto ma resta comunque un oggetto fisico. Ugualmente, il cervello umano può anche percepire un testo nella sua interezza come una sorta di paesaggio fisico. Non è ancora chiaro come ma questa rappresentazione mentale “topografica” del testo potrebbe essere simile alle mappe mentali che creiamo del terreno, come montagne e sentieri, e di spazi fisici creati dall’uomo, come le strade di una città. 

Un problema in più: penna o tastiera?  

Un recente esperimento ha dimostrato che in un bambino di cinque anni, il cervello collega l’attività di “scrivere” solo se le lettere vengono tracciate su carta mentre non registra come scrittura la semplice battitura di tasti. 

Sappiamo che il nostro cervello è plastico e un’evidenza di questo genere potrebbe farci temere che l’abitudine di scrivere esclusivamente a computer, non solo renda poi difficile scrivere a mano ma che in un bambino non si creino le sinapsi necessarie perché impari effettivamente a scrivere. 

Il disgrafismo, una difficoltà nello scrivere di alcuni bambini, secondo il Miur, solo nel biennio 2014-2015 ha visto un aumento del 163,4% rispetto al biennio precedente e, sempre secondo il Miur, nel 2017 si è avuto un aumento rispetto ai 7 anni precedenti del 350 %. 

Come scrive Medicina 360 “il disgrafismo è un disturbo specifico dell’apprendimento per cui non si riesce a ascrivere in maniera corretta e intellegibile”. È un disturbo che si presenta ovviamente ai primi anni delle elementari ed è caratterizzato dallo scrivere le lettere di dimensioni diverse, non mantenere uno spazio costante fra le parole, lo scrivere al rovescio alcune lettere, numeri e disegni irregolari e difficoltà a scrivere in modo comprensibile sotto dettatura.  

Poiché lo scrivere è legato in gran parte alla coordinazione fra movimento degli occhi, della mano e del corpo,  Veronica Pirozzolo , terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva, segnala in un articolo del 2021 le componenti esecutivo-motorie dell’atto dello scrivere, che comprende il movimento della mano, lo spazi del foglio bianco, il rapporto tra mano e  strumento, il movimento della parte superiore e inferiore del corpo, in particolare i movimenti di spalla-gomito-polso e dita della mano che scrive.  

Esiste una correlazione fra disgrafia e uso del computer? Lo si ipotizza. La dottoressa Alessandra Venturelli (Presidente dell’Associazione Onlus GraficaMente e dell’Associazione Italiana Disgrafie) scrive, ad esempio che i dispositivi elettronici “hanno sicuramente anche loro la loro incidenza in questa problematica. La prima cosa di cui sono colpevoli è quella di isolare il bambino, di crearne dipendenza. Il tempo passato davanti a questi dispositivi significa tempo perso dai bambini rispetto a quanto potrebbero imparare ad utilizzare le mani e ad esplorare il mondo”. 

Pur senza alcuna certezza che la crescita di questo disturbo sia creata da un uso eccessivo dei dispositivi elettronici (anche videogiochi) sono comunque segnali d’allarme. 

Fonte: Scientific American 

By |2021-10-07T09:09:34+02:00Ottobre 11th, 2021|News|0 Comments

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