L’amore ai tempi del colera

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L’amore ai tempi del colera

Si comincia da Modena, con gli esiti più drammatici: la sommossa all’interno del carcere provoca sei morti fra i detenuti, tre all’interno e tre durante i trasferimenti nel carcere di Marina del Tronto. Le morti in carcere sarebbero dovute all’accesso dei detenuti alla farmacia del carcere, dove hanno assunto una overdose di farmaci.
A Melfi, i detenuti sequestrano alcuni operatori: li rilasciano dopo dieci ore di trattative.

Le proteste continuano e coinvolgono 27 istituti penitenziari italiani: causa delle proteste, da una parte, la sospensione delle visite parentali, dall’altra le condizioni di sovraffollamento che, certo, non offrono garanzie di fonte al contagio da coronavirus. In sostanza, gli abbracci dei parenti diffondono il contagio, il sovraffollamento delle celle, no.

A Roma alcuni detenuti salgono sul tetto, dal quale fanno piovere in strada giornali, cartoni, materassi a cui hanno dato fuoco.

A Foggia, 50 detenuti evadono, le forze dell’ordine ne riprendono 36 in poche ore.

Grazie anche alla mediazione dei parenti, all’esterno, i detenuti in rivolta ritornano nelle proprie celle ma chiedono l’indulto e garanzie contro il diffondersi della pandemia.

Un’invasione tentata anche dal carcere dell’Ucciardone, a Palermo; sono in rivolta anche Secondigliano, Alessandria, Trani. La rivolta è generale.
Il numero di agenti penitenziari è insufficiente a contenere le rivolte, d’altra parte molti carcerati potrebbero essere messi ai domiciliari, se ce l’avessero, un domicilio, oppure no?

L’amore ai tempi del colore: la situazione carceraria

È più che noto, per esempio, che parte del sovraffollamento delle carceri è dovuto alla presenza di immigrati arrestati per reati minori. Secondo l’associazione Antigone, la media percentuale degli stranieri in custodia cautelare rispetto al totale delle persone non condannate presenti in carcere è del 28% contro il 21% della loro rappresentazione complessiva (che comprende i condannati).

Parlando di custodia cautelare, intendiamo quindi parlare di persone non ancora giudicate. Sempre secondo Antigone, “i giudici di sovente motivano i provvedimenti di carcerazione sostenendo la tesi che gli immigrati privi di permesso di soggiorno non hanno un domicilio stabile ove poter andare agli arresti domiciliari. In realtà molto spesso gli irregolari una casa o una stanza dove vivere ce l’hanno ma non possono essere indicate quale domicilio regolare essendo loro stessi in una generale condizione di irregolarità”.

Se si pensa ai tempi dei processi, si può tranquillamente sostenere che la frittata è fatta. Per gli immigrati, la carcerazione preventiva è già una condanna definitiva.

Secondo un rapporto del 2018, “il 54,2% dei detenuti presenta una condanna definitiva (minore di 5 anni). Il resto è in attesa di giudizio, ricorrenti in Cassazione, appellanti, ecc. mentre il 43,6% dei condannati è soggetto a “misure alternative”. Del totale dei carcerati, però, solo il 14,8% degli stranieri è soggetto a queste misure, una proporzione molto bassa rispetto agli italiani. Da questo si potrebbe dedurre che è più difficile dimostrare di non essere un pericolo effettivo per la società quando non si è italiani”.

Moltissimi anche i carcerati a causa della legge sulle sostanze stupefacenti, oltre 13.000, su una popolazione penitenziaria di circa 139.000 persone.

Gli operai delle grandi fabbriche “carne da macello”

Non che si voglia trovare qui una soluzione ad un problema tanto annoso, ma la rivolta nelle carceri è la punta dell’iceberg di una situazione non più gestibile. L’11 marzo, di fronte alla gravità dell’evento, il ministro Bonafede ha garantito misure di prevenzione per i detenuti (da oggi, i tamponi) e colloqui “in persona”, seppure a distanza, con i famigliari.

Ma ci sono altre situazioni che sembrano ingestibili: stanno scoppiando scioperi spontanei nelle grandi fabbriche, dove gli operai denunciano la mancata applicazione delle misure di sicurezza minime e si sentono “carne da macello”.

I decreti indicano i servizi indispensabili che possono restare aperti, ma non dicono apertamente che le altre attività devono essere chiuse. E, come sempre, le forze di polizia non possono arrivare dappertutto. Probabilmente, nemmeno l’esercito.

Intanto, mentre si attende il culmine della pandemia, la polizia ha individuato e posto in quarantena, 11.000 persone fuggite dal Nord verso la Sardegna. Nel week end, sono rientrate in Sicilia 20.000 persone. Insomma, tutti al mare. Va detto che molti si sono autodenunciati, tanto ormai a casa ci sono, e lì sconteranno la quarantena.

L’amore ai tempi del colera: in viaggio da mammà

Ma su Facebook impazzano, oltre alle narrazioni delle molte famiglie rinchiuse, che fanno del loro meglio per gestire figli e nonni conviventi, anche i richiami alla movida: pizzate, aperitivi, apericene, magari presso il proprio domicilio. A Treviso, in centinaia si accalcano nella piazza della movida, a Roma, stessa movida a Ponte Miglio. I giovani non ci stanno, non capiscono. Ma anche gli anziani che, secondo quanto narrato oggi al TG da un’impiegata di banca, continuano a recarsi agli sportelli per cambiare 50 euro o ritirarli.

E, niente, per i vecchietti non c’è niente da fare. Ma per i fuggitivi in cerca di mare e i giovani odiatori della solitudine, l’abbiamo già detto: non c’è spazio nelle carceri. Altrimenti un po’ di isolamento vero bisognerebbe farglielo provare.

By |2020-04-30T10:55:04+00:00aprile 13th, 2020|News|0 Comments

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